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Le Maschere di Carnevale tradizionali del Centro Italia costituiscono una forma suggestiva dell’espressione culturale e artistica: storia, tradizione e artigianato si fondono in un’esperienza unica durante le celebrazioni carnevalesche. Vediamo insieme quali sono le più singolari, divertenti e caratteristiche.
Un aspetto distintivo delle maschere di Carnevale tradizionali del Centro Italia è la maestria profusa nella loro realizzazione. Spesso confezionate a mano da abili artigiani locali, sono decorate con colori vivaci, dettagli minuziosi e materiali che conferiscono loro un fascino unico.
Le celebrazioni carnevalesche nel centro delle Penisola sono animate da sfilate per le strade, carri allegorici che prendono parte a parate e intrattengono la folla. Questi personaggi “camuffati” aggiungono un tocco di mistero e allegria, coinvolgendo la comunità in un’atmosfera di festa e divertimento.

Photo credits: Pagina Facebook Frappiglia- Maschera di commedia tradizionale abruzzese. Codificata e realizzata dal regista e attore di Guardia- Maschere di Carnevale tradizionali del Centro – Abruzzo Frappiglia (sulla destra)
Con la sua varietà di paesaggi che spaziano tra l’ambiente montano e una zona costiera, l’Abruzzo non poteva mancare all’appello con una delle maschere di Carnevale tradizionali del Centro Italia più particolari. Parliamo del famoso Frappiglia che, già dal nome, incarna lo spirito e l’indole generosa e genuina degli abruzzesi. Dal connubio delle parole dialettali “fra” (fratello) e “piglia” (prendi), si vuole proprio ribadire la calorosa accoglienza del padrone di casa nei confronti dell’ospite.
Come recita il famoso adagio “contadino, scarpe grosse e cervello fino“, il personaggio è piuttosto sottile e avveduto tanto da spuntarla persino con il diavolo. Frappiglia, infatti, accecato dalla fame scende a patti con il diavolo, vendendo la sua anima per ottenere un gustoso piatto di pasta. Tuttavia, prima della dipartita, escogita un brillante stratagemma che gli assicura la salvezza. Scaltramente chiede di fare testamento dinanzi a un notaio e ai vari rappresentanti di inferno e paradiso nel quale lascia per iscritto le sue ultime volontà.
In quanto testatore, dichiara se stesso erede della propria vita. Dunque, il notaio non può che disporre il ritorno in vita del contadino che, come dimostrato, è riuscito a ingannare il diavolo. Di questo viaggio nell’aldilà, gli rimarranno la camicia bianca (simbolo del paradiso) e un vestito grigio con frange e lingue di fuoco, che rappresentano l’inferno, oltre a una voglia che ricorda una maschera sul viso.
Il Pulcinella abruzzese è bianco e colorato e rappresenta l’elemento semidivino della rinascita del mondo naturale. Spetta a questa figura la direzione dei festeggiamenti che incarna, metaforicamente, l’equilibrio di concetti in antitesi che sono alla base di tutto, ovvero vita-morte, primavera-inverno, luce-buio, e così via. La creazione della maschera – con ogni probabilità e contrariamente a quanto si possa pensare – arriva dalla tradizione alla Commedia dell’Arte e non viceversa.
A riprova di ciò, vi è la sua indole: mentre nella Commedia dell’Arte mostra una natura palesemente umana, nella tradizione ha un significato semidivino associato alla figura vegetale del Majo. Risalente addirittura al IV secolo a.C., trae origine da Maccus, servitore dal naso molto pronunciato, volto pieno di bernoccoli, gote rosse e il pancione.

Maschere di Carnevale tradizionali del Centro – Pulcinella abruzzese
Il suo costume è confezionato con materiali di recupero e consiste in una camicia ampia con bottoni, che potrebbero essere associati a dei semi, pantaloni larghi e dritti. Generalmente di tessuto bianco, l’abito può anche essere talvolta rosso. Porta con sé un fischietto e, dalle cuciture delle maniche della casacca e dei pantaloni, spuntano frange o strisce rosse o colorate che ricordano gemme e germogli. Toppe variopinte e specchietti, che evocano il mondo floreale, rendono la maschera molto eccentrica.
Inoltre, numerosi sono gli accessori che completano il costume e possiedono una forte componente simbolica. La frusta, che costituisce la propensione al comando, riporta l’ordine e la normalità nell’avvicendarsi delle stagioni ed esaudisce i desideri degli uomini. Gli stivali sono un richiamo all’autorità, poiché, i contadini indossavano le scarpe. Il bastone fiorito, ricoperto di nastri multicolore, funge da bacchetta magica capace di far fiorire tutto ciò con cui entra in contatto.
Il cappello, di grandi dimensioni, è di forma conica e tutto fiorito, decorato con zagarelle, termine dialettale che indica genericamente nastri e lacci. È impreziosito da svariati pon-pon in lana, ovvero i fiori, e da nastri variopinti, i germogli. La bandoliera, la cintura indossata a tracolla, incrociandosi da una spalla a quella opposta, è un altro elemento magico che, ancora una volta, ne sottolinea il potere.
Il volto, che può essere dipinto di un colore nero fumo, sta a significare l’entità semidivina di Pulcinella. Campanacci e bubboli, una sorta di sonagli tondi affini a quelli dei Mamuthones sardi, simboleggiano la fertilità. Il loro suono è un antidoto per scacciare il male. Non dimentichiamo un evidente legame con la tradizionale transumanza, Patrimonio immateriale Unesco, con lo scampanio che evoca le greggi e le mandrie che, via via più forte e intenso, indica che il bestiame e i pastori sono di rientro.
Questo complesso di rituali e oggetti scaramantici, in un certo senso, è idealmente paragonabile alle suggestive e ancestrali usanze dei Carnevali sardi, pregni di mistero e caratterizzati da un intimo legame con la Madre Terra.
Personaggio dal carattere primitivo e selvaggio, subisce un processo che ne decreta la condanna a morte. La Vedova inconsolabile, che rappresenta il popolo e la vita che continua, viene sempre impersonata da un uomo. Durante il funerale, intona un lamento funebre dai tratti satirici, La scura maje.
I festeggiamenti si concludono dando in pasto alle fiamme il Re Carnevale. L’atto di ardere il fantoccio indica la chiusura di una fase e l’arrivo di una nuova, quasi a preannunciare l’avvento della primavera che si respira già nell’aria. Le ceneri, frutto del rogo, saranno disperse nel terreno come segno di buon auspicio per i raccolti successivi. Un contorno di personaggi completa la messa in scena: il dottore (la scienza), i carabinieri (l’autorità), l’avvocato e il notaio (la legge).

Maschere di Carnevale tradizionali del Centro – Abruzzo- Patanello
Di Francavilla al Mare, località costiera in provincia di Chieti, è originario Patanello, la maschera simbolo della festa di Carnevale più importante dell’Abruzzo. Estroso, poliedrico e carismatico, sembra che fosse un ciabattino realmente vissuto tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX. Soprannominato “zì Patane”, amava fare scherzi ed era assiduo frequentatore delle osterie dove beveva in compagnia dei suoi amici.
Estroverso, socievole e dedito alla bisboccia, la briosa maschera nasce dall’ispirazione del pittore napoletano Ennio Caiati che, spesso, soggiornava presso la costa abruzzese. Fin dal 1958, Re Patanello è l’emblema del Carnevale di Francavilla ed è lui ad aprire i festeggiamenti con coinvolgenti cortei di carri e sfilate di maschere.
Maschera classica del teatro romano, Rugantino rappresenta il romano tipico dell’epoca. Si dice fosse lesto sia con le parole che con il coltello, arrogante e spavaldo, ma dal cuore buono. Pare che in origine fosse un burattino e che il nome derivasse dal termine dialettale romanesco ruganza, l’arroganza. La sua nascita, con molta probabilità, risale al XVIII secolo in quanto il più noto tra i burattinai romani, Ghetanaccio, divenne famoso proprio per gli spettacoli in cui Rugantino era protagonista.

Maschere di Carnevale tradizionali del Centro – Lazio- Rugantino
Sul primo numero di un foglio di matrice satirica datato 13 settembre 1848, Odoardo Zuccari ci presenta Rugantino usando i seguenti versi:
«Cor cappello a du’ pizzi, cor grugno lungo du’ parmi, co’ ‘na scucchia rivortata ‘nsù a uso de cucchiaro, co’ no’ spadone che nun ce la po’ quello der sor Radeschio, e co’ le cianche come l’Arco de Pantano, se presenta, Signori mia, Rugantino er duro, nato ‘nsto piccolo castelluccio e cresciuto a forza de sventole, perché ha avuto ‘gni sempre er vizio de rugà e d’arilevacce».
Se inizialmente rappresentava la parodia del gendarme, veniva invece talvolta individuato come capo dei briganti. Col passare del tempo, nell’immaginario collettivo, Rugantino diventò il bullo del suggestivo Rione Trastevere tutto fumo e niente arrosto, spavaldo solo a chiacchiere. Dunque, la maschera propone due versioni: da scagnozzo, abbigliato in modo vistoso di rosso con un cappello a due punte, o da umile popolano, con calzoncini consunti, camicia con casacca, fazzoletto attorno al collo e una fascia che gli cingeva la vita.
«Io so’ trasteverina e lo sapete;
nun serve, bbello mio, che cce rugate.
So’ cortellate quante ne volete!».
Questo stornello ritrae alla perfezione Nina, avvenente trasteverina, personaggio appartenente al popolo romano. Presenza accertata in alcuni testi letterari fin dal XVII secolo come fidanzata di Meo Patacca, è una bellissima bulla in versione femminile. Per nulla sprovveduta e non esita, se necessario, a proteggere la sua incolumità non solo con un colorito uso della parola, bensì anche ricorrendo senza indugi al coltello.

Maschere di Carnevale tradizionali del Centro – Lazio- Meo Patacca
Maschera romanesca appartenente alla commedia dell’arte, compare in un poema di Giuseppe Berneri nel XVII secolo. Rappresentava il militare impavido che non teme il pericolo. Il suo nome deriva proprio dalla moneta che spettava come compenso ai soldati: la patacca, ovvero l’equivalente di 5 carli.
Raffigurato spesso con un bastone, è anch’egli originario di Trastevere e, con Rugantino, è l’emblema della Capitale. Sempre in cerca di un pretesto per litigare, non di rado finisce in baruffe e risse. Spaccone ma divertente e simpatico, è un ragazzo dal cuore buono che, però, pretende di avere ragione anche di fronte all’evidenza più lampante.
Il suo costume è composto da una giacca in velluto, un panciotto e una sciarpa colorata come cinta dove, visto il tipo, tiene nascosto un pugnale. Indossa un cappello al contrario che lascia intravedere il ciuffo che lo contraddistingue, un fazzoletto legato attorno al collo, pantaloni stretti fino al ginocchio e calzature con fibbie d’acciaio. Una delle immagini più classiche è quella in cui è solito bere vino direttamente dal fiasco.
Il Generale Mannaggia La Rocca, forse figura meno nota, è una maschera romanesca oltre che un personaggio della Commedia dell’Arte. Vecchio dal carattere gradasso ed emblema del militare milanese altezzoso, il Generale sfoggia con spacconeria le sue mostrine che gli assicurano un grande successo tra la gente. In realtà, i distintivi che costellano la sua divisa non sono altro che tappi di bottiglie e fondi di lattine e barattoli. Per certi versi, sembra ricordare il Miles Gloriosus dell’omonima commedia di Plauto.
La maschera trae origine tra il XIX e il XX secolo grazie alla fantasia di Luigi Guidi, cenciaiolo romano e capo-popolo dei festeggiamenti nella Roma papalina. Durante il Carnevale romano, prendeva orgogliosamente parte alle sfilate per gli antichi vicoli. Al passaggio dell’ufficiale “pluridecorato”, i romani calavano delle ceste piene di panini e denaro.
Nella pittoresca frazione viterbese di Grotte Santo Stefano, l’autentico protagonista del Carnevale è Bucèfere, il cui nome dovrebbe essere un’alterazione di Lucifero. La tradizionale maschera locale desta non poca soggezione tra la popolazione e i visitatori. Completamente nascosto sotto una tunica nera corredata di cappuccio che lascia intravedere solo gli occhi, fa la sua autentica e trionfale comparsa il martedì grasso.

Photo credits: Massimo Calanca, Ecomuseo della Tuscia – Maschere di Carnevale Tradizionali del Centro- Lazio- Bucefere e i Carnevalotti
A questo punto, entrano in gioco 12 maschere allegoriche, dette Carnevalotti, interpretate da giovani camuffati sotto un’identica tunica ma di colore bianco. Questi personaggi, una volta trovato il Bucèfere tra la folla e lo conducono al balcone di Piazza dell’Unità da dove legge il paventato testamento in dialetto grottano.
In rima baciata, narra fatti e misfatti della popolazione. Un tempo, quando ancora non esisteva la privacy, non esitava a fare nomi e cognomi. Al termine di questa usanza, viene arso al rogo, concludendo così i festeggiamenti carnevaleschi. Bucèfere è un misterioso connubio tra fantasia e reltà, passato e presente, che incarna l’essenza di Grotte Santo Stefano, avvolgendo tutto in un’atmosfera enigmatica e suggestiva.
Probabilmente molti non hanno mai sentito nemmeno nominare Bravante, maschera tipica davvero particolare originaria di Frosinone. Per alcuni la maschera del frusinate, ovvero Jean Etienne Championnet, era un soldato francese realmente esistito. Bravante è a tutti gli effetti e, a pieno diritto, una maschera di Carnevale tradizionale. L’ideatore lo ha concepito come una sorta di brigante sbruffone, spavaldo, divertente e per nulla malvagio.
Nel basso Lazio, ci fu un momento in cui i briganti infestavano il territorio della loro presenza. Nelle zone rurali, ancora oggi, si raccontano aneddoti e vicende di banditi davvero spietati. Bravante, al contrario è “tutto chiacchiere e distintivo”: si attribuisce innumerevoli avventure ma, in realtà, è incapace di far del male persino a una mosca. A tratti furbo, risulta essere in alcuni casi goffo e buffo. Nulla a che vedere con un Brigante propriamente detto…

Credits: pagina Facebook PONTINELLO – Una maschera per Latina
Pontinello rappresenta la storia, la cultura e l’identità di un territorio che è riuscito a risorgere grazie al lavoro e alla determinazione dei suoi abitanti. Legata alla storia della bonifica dell’Agro Pontino, una vasta area paludosa del Lazio che, grazie a grandi opere di ingegneria idraulica, è stata trasformata in una fertile pianura. Simpatico, gioviale e scaltro, è vestito coi colori della città di Latina, nero littorio e blu sabaudo. Porta, inoltre, gli scarponi tipici dei bonificatori che, in cerca di un futuro migliore, contribuirono alla maestosa impresa realizzata durante Ventennio fascista. Indossa un cappello di paglia che evoca le origini contadine dei latinensi dei quali incarna il passato e futuro.
El Pup o El Vulon è la maschera ufficiale del Carnevale di Fano sin dal 1951. Creazione di Rino Fucci, pittore fanese e dirigente della Società Carnevalesca, El Vulon sembrerebbe trarre origine dalla tradizione e dalla fantasia della popolare. Rappresenta in forma ironica i personaggi di tendenza del momento non solo del luogo, ma su scala nazionale e mondiale. Nonostante le diverse teorie che circolano attorno alla sua nascita, la più plausibile è quella proposta dal Il Giornale del Metauro, noto periodico locale ( n. 125 – Gennaio 2015).

Photo credits: Carnvele di Fano, foto sulla destra Ph. Simone Diotallevi – Maschere di Carnevale tradizionali del Centro – Marche – El Vulon o el Pup
Nel pezzo, a cura della brillante giornalista Giuditta Giardini, leggiamo un interessante excursus storico, tornando al periodo compreso tra il 1805 e il 1814. Parentesi poco piacevole per la penisola italica, preda dei continui saccheggi di opere d’arte per mano dei francesi che imponevano leggi la cui lettura veniva declamata pubblicamente in piazza. La formula classica con cui annunciava una nuova imposta era la seguente:
«L’Assemblée Nationale a décrété, et nous voulons et nous ordonnons ce qui suit:…». Come puoi intuire, dal verbo francese voulons, vogliamo, deriva il nome della maschera che è frutto dell’ironia degli abitanti di Fano, spolpati fino all’osso. Il Vulon, dunque, simboleggia chiunque si pavoneggi con la spocchia e l’altezzosità. In occasione del martedì grasso, il Vulon viene arso al rogo proprio nella stessa piazza in cui si rendevano note le nuove e pesanti leggi. Indossa un cappello a cilindro, monocolo, mantella corta, calzamaglie, stivali con speroni e gambali in bronzo. A completare l’aspetto abbastanza eccentrico del personaggio il mandolino, baffoni e pizzetto.

Maschere di Carnevale tradizionali del Centro – Marche
Tra le maschere tipiche del Carnevale di Ancona troviamo Mosciolino. Il suo nome deriva dal mosciolo nome locale del mitilo, termine con cui i Romani indicavano le telline. Si presenta con un vestito interamente cosparso di cozze, alghe e frammenti di reti da pesca e capelli coperti di sale. Di indole gioiosa e simpatica, stando a una leggenda molto diffusa, sembra che proprio il giorno di Carnevale si accorse di un carro dalle sembianze di Nettuno e lo seguì senza indugi. Anche se confuso erroneamente con una maschera, la cui origine come visto è tutt’altra, il personaggio è comunque molto apprezzato e amato.
Non meno noti sono Papagnoco e Burlandoto. Il primo è un contadino morigerato che condanna la dissolutezza, mentre il secondo, è agente della dogana che sottopone a controllo le merci che i contadini facevano entrare in città. Sembra che entrambi fossero originariamente dei burattini degli spettacoli itineranti e, poi, divenuti delle maschere vere e proprie.
A Pesaro fin dal 1874, le maschere tradizionali si chiamano Rabachen (termine dialettale per baccano) e Cagnèra (l’equivalente italiano di lite), sua compagna. Lui indossa un cappello a cilindro, un cappotto in panno pesante rosso e a coda di rondine, camicia bianca con il colletto caratterizzato da vistosi becchi. Ha i fianchi cinti da una fascia bianca e rossa, calzature nere a punta larga, e porta barba e baffi.
Lei, invece, si distingue per la veletta che le nasconde il volto, camicetta bianca e corpetto in velluto nero, scarpe nere, guanti bianchi e, a completamento, un cappello azzurro decorato con fiorellini. I suoi accessori, immancabili, sono una borsetta e un cestino impagliato contenente dei fiori. Solitamente, prendono parte ai festeggiamenti sul carro allegorico noto come “Carro di Luna”.

Photo credits: Coordinamento Italiano Maschere- Maschere di Carnevale tradizionali del Centro – Marche – Guazzarò –
A Offida, in provincia di Ascoli Piceno, la maschera del Guazzaró è parte della tradizione contadina. Il costume, proviene dall’abbigliamento da lavoro che i contadini erano soliti usare per il lavoro nei campi, svinare e ripulire le botti. Un contrasto vistoso tra il bianco della tunica in tela e il fazzoletto al collo di colore rosso. Il termine stesso, Guazzaró, deriva dalla forma dialettale guazzone o, il saio utilizzato per lavorare. Il verbo guazzare, riferito al vestiario, indica proprio la libertà di movimento che non impediva le attività da svolgere in campagna. Il personaggio rappresenta il vincolo indissolubile con tradizione del mondo agropastorale.

Photo credits: Coordinamento Italiano Maschere- Maschere di Carnevale tradizionali del Centro – Marche – Lu Sfrigne
Maschera tipica di Ascoli Piceno, è un personaggio dalle umilissime origini, piccolo commerciante di aringhe dall’aspetto di un indigente. Indossa, infatti, degli stracci e porta sempre dietro, al pari di un inseparabile compagno, il suo ombrello. Nonostante ciò, il suo temperamento esilarante, gioviale e festaiolo porta tanta allegria durante le celebrazioni.
Proveniente da Cerreto, frazione di Monte San Pietrangeli, in provincia di Fermo, è Mengone Torcicolli. La maschera, frutto della penna del letterato Andrea Longino Cardinale, non ha origini certe. Potrebbe essere un’ispirazione del Menego di Marco Aurelio Alvarotto, attore di una compagnia del padovano o, addirittura derivare dal Meneghino della Lena di Ludovico Ariosto. Fatto sta che il nome è sicuramente una deformazione di Domenicone.
Il suo aspetto, già a giudicare dal suffisso accrescitivo (-one), non evoca un uomo particolarmente di bell’aspetto. Infatti, ha una testa grossa, sgraziato, senza barba ma con ciglia molto folte, naso grande e adunco. Come se non bastasse, ha degli zigomi spiccatamene pronunciati, orecchie a sventola e degli occhi tondi con uno sguardo tra lo sconvolto e il sinistro.
Il suo costume è identico a quello di Bertoccio, suo fratello umbro, ovvero del contadino facoltoso del 1700. Porta un cappello a punta, orecchini d’oro, camicia con ampi risvolti, corpetto rosso fuoco e bottoni di metallo. Completano la maschera una giubba di tessuto scuro, pantaloni corti e calzature nere con fibbie in acciaio. Il personaggio è genuino, rustico e dal cuore buono, onesto, divertente e umano.

Maschere di Carnevale tradizionali del Centro- Toscana- Stenterello
Maschera tradizionale di Firenze, Stenterello è una creazione dell’attore fiorentino Luigi Del Buono, che risale al XVIII secolo. Già dal nome si intuisce la magrezza del personaggio, esile e gracile ma basso. Dal colorito giallognolo, fronte spaziosa e naso molto pronunciato, la maschera è il classico fiorentino loquace e istintivo, creativo e, soprattutto sempre dalla parte dei più fragili e bisognosi.
Seppur mosso da un senso di giustizia, la tremarella gli impedisce di compiere le sue missioni solidali, tratto che dà vita a un atteggiamento goffo e comico. Nonostante ciò, è solerte nelle risposte e pronto con le sue battute pungenti in fiorentino vernacolare, ma sempre sobrio e composto. Non a caso, il critico letterario fiorentino Pellegrino Artusi ci riferisce quanto segue:
«…dal palcoscenico Stenterello lanciava frizzi e motti scevri però di volgarità, tanto che famiglie intere assistevano al suo spettacolo.»
Simboleggia il ceto sociale umile, il popolo fiorentino che, tra avversità e ingiustizie, trova sempre lo spirito per andare avanti, ridere e scherzare. Col tempo, però, Stenterello, acquista un carattere più polemico e le sue battute si dirigono ai francesi, gli invasori che ostacolavano gli slanci indipendentistici italiani.
La maschera è piuttosto estrosa. Indossa il tipico cappello detto tricorno di colore nero, giacca a falde di colore azzurro o blu, sottoveste vistosa, panciotto giallo, calzoni corti neri o verdi, calze spaiate in cotone (di cui una rossa e una variopinta, o a righe ma completamente differenti l’una dall’altra), calzature basse con fibbia e, dulcis in fundo, una parrucca bianca con un simpatico codino all’insù.

Photo credits: Deborah75, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons – Maschere di Carnevale tradizionali del Centro Toscana – Fantoccio di Burlamacco che svetta da un carro durante una sfilata
Bulrmacco rappresenta la maschera ufficiale del celebre Carnevale di Viareggio nella zona nota come Versilia (Lucca), nonché simbolo della città. Il nome, oltre a essere un chiaro riferimento allo scherzo o “burla” tipica carnevalesca, potrebbe derivare anche dalla Burlamacca, ovvero il canale che si snoda lungo la cittadina toscana. Il personaggio, unitamente alla sua compagna Ondina che vedremo a breve, nasce nel 1930 dalla mano di Uberto Bonetti, pittore e grafico viareggino che aveva il compito di creare il manifesto dell’edizione del Carnevale 1931. Inutile dire che riscosse tanto successo da diventare l’emblema del celebre evento versiliese.
Di chiaro stampo futuristico è la tuta che indossa a rombi biancorossi, pon-pon bianco sul ventre, un cappello bicorno rosso, mantello nero e volto dipinto come i pagliacci, che induce scherzi e risate. Il suo cappello, tipico degli ambasciatori di Lucca, evoca anche i colori tradizionali del Comune.
Ondina
La giovane fanciulla incarna la bagnante dell’epoca e, soprattutto la calda stagione estiva da passare sul litorale viareggino. Compare per la prima volta sul manifesto del Carnevale del 1931, mentre passeggia sui moli di Viareggio assieme a Burlamacco. Ondina indossa il classico costume in voga negli anni Trenta e simboleggia l’anima di Viareggio, la stagione balneare e la vocazione turistica della città. In un certo senso, sono due immagini quasi complementari che racchiudono nella loro stessa essenza i due momenti salienti dell’anno versiliese, ovvero, l’estate (lei) e il Carnevale (lui).
Icona non solo della città di Perugia, ma dell’intera Umbria, è la maschera di Bartoccio. La sua comparsa sembrerebbe confermata da un testo risalente al 1521. Si tratta di un contadino un po’ grossolano, seppur codiale, acuto e con una punta di saggezza. Il personaggio perugino, dal simpatico e marcato accento dialettale, è un morigerato difensore dei valori morali che condanna la dissolutezza dei costumi, la corruzione e la mala amministrazione. Vestito di tutto punto, il suo abbigliamento è inconfondibile: giacca verde con sotto un gilet color porpora, pantaloni marroni o neri in velluto, calzature eleganti e, immancabile, il cappello.

Photo credits: Umbria Turismo, portale Ufficiale Turismo Regione Umbria – Bartoccio sul suo carro trainato dai buoi
Partecipa alle sfilate con un ingresso in modo a dir poco trionfale durante i caotici festeggiamenti, tra balli e canti. Dall’antica Porta San Pietro, entra a Perugia in compagnia di sua moglie Rosa con un carro agricolo addobbato a festa e rimorchiato da buoi lungo il Corso Vannucci.
In un ricco programma che prevede danze, musica, spettacoli di teatro, gastronomia tradizionale locale e burattini, Bartoccio si distingue per le sue tipiche bartocciate. Al suo passaggio, oltre a suonare e cantare, osserva ciò che accade intorno a lui… e non gli sfugge proprio nulla! Con pungenti satire denuncia ogni cosa che non funziona a dovere nella sua città. Insomma, le barocciate non risparmiano nessuno.

Photo credits: Umbria Turismo, portale Ufficiale Turismo Regione Umbria- Le 4 maschere della commedia dell’arte: Nasocciaccato, Chicchirichella, Rosalinda e Nasostorto
“Chi è morto? Nasotorto! E chi lo ha accompagnato? Nasoacciaccato! E chi suona la campanella? Chicchirichella!”
Da questa nenia, hanno origine ben 4 maschere della commedia dell’arte. Sembra siano nate dalla fantasia di Oliverio Piacentini, artista del comune di Avigliano Umbro (Terni), avvezzo fin da piccolo a questa filastrocca recitata dalla sua mamma. I quattro personaggi rappresentano i rioni del borgo in provincia di Terni. Anch’essi parlano il dialetto caratteristico del territorio che si snoda tra l’Alta Valle del Tevere e la Conca Ternana. Vediamoli uno per uno.

Photo credits – Coordinamento Italiano Maschere- Maschere di Carnevale tradizionali del Centro- Umbria – Nasoacciaccato
Nasoacciaccato incarna la maschera vivace del Rione Sant’Egidio. Eroe dall’astuzia genuina, privo di risorse e senza arte né parte. Con un temperamento talvolta litigioso, è innegabilmente uno spirito libero, dotato di arguzia e abilità nel racconto.
È facilmente riconoscibile per il suo immancabile bastone da cui pende il fagotto, un ampio fazzoletto a quadri scuri, tipico dei contadini, che custodisce tutto ciò che possiede. Sempre in cerca di espedienti e di opportunità per ingannare il malcapitato di turno, se ne va a zonzo con Chicchirichella, suo caro amico con cui si contende, però, l’amore della bellissima Rosalinda.

Photo credits – Coordinamento Italiano Maschere- Maschere di Carnevale tradizionali del Centro- Umbria – Chicchirichella
A rappresentare, invece, il Rione Castelluzzo è Chicchirichella, un girovago vivace, creativo e piuttosto divertente. Tuttavia, la sua indolenza gli impedisce di mettere a frutto le sue doti. Prende le sue scelte mosso dall’impulsività e dalle emozioni, è privo di vincoli ed è ostinatamente refrattario a prendersi delle responsabilità. Questa esuberante figura si distingue grazie al suo cappello con la piuma che attende di trascrivere la sua musica una volta giunta l’ispirazione.
Con il suono del suo liuto e il solito canto del mattino, è capace di affascinare qualunque orecchio sia raggiunto dalle sue note. In provincia di Terni, esattamente nel comune di Montecastrilli, sono stati addirittura creati i “Chicchirichella”, ovvero dei dolci all’arancia la cui forma evoca il caratteristico cappello.

Photo credits: Coordinamento Italiano Maschere- Maschere di Carnevale Tradizionali del Centro- Umbria- Rosalinda
Proveniente dal Rione di Pian dell’Ara, Rosalinda è l’immagine della principessa per antonomasia. La sua figura, a quanto si dice realmente esistita nel paese di Avigliano, pare abbia ispirato la creazione dell’avvenente maschera avvolta nell’abito azzurro e con il ventaglio che non lascia mai.
Fanciulla smaliziata, contraddistinta da un’indole libera e da una notevole sensibilità, è in grado di far innamorare chiunque la incroci per le vie cittadine. Sempre in bilico e tentennante nello scegliere tra i due rivali in amore, Chicchirichella e Nasoacciaccato, non si sbilancia mai, tenendo entrambi sulle spine. Nel frattempo, l’astuta giovane, brama di entrare in possesso quanto prima dell’eredità sostanziosa del ricchissimo Nasotorto, suo parente alla lontana.

Photo credits: Coordinamento Italiano Maschere- Maschere di Carnevale Tradizionali del Centro- Umbria- Nasotorto
Il facoltoso Nasotorto è originario del Rione della Madonna delle Grazie. La sua eccessiva avarizia sfocia nella spilorceria più conclamata: pur di risparmiare il denaro per riscaldarsi, preferisce essere sempre raffreddato. A nulla vale il cappello di lana che lo caratterizza e il suo ampio fazzoletto in pizzo bianco. Opportunista, cinico, e calcolatore, è poco propenso alla socialità e quasi sfiora quasi la misantropia.
In sostanza, non è la persona con cui desidereresti trascorrere del tempo. Approfittatore con gli sprovveduti, diffidente coi bugiardi, ha rapporti con le persone solo per motivi economici. I suoi unici veri amici sono i soldi che salvaguarda e difende in maniera a dir poco morbosa in una bisaccia da cui non si separa per nessun motivo.
Per un viaggio davvero completo, leggi anche i nostri articoli sulle Maschere di Carnevale tradizionali del Nord, del Sud e delle Isole, i Carnevali più famosi d’Italia, e sui dolci tipici di questo periodo.
Un ringraziamento speciale all’Associazione Culturale Centro Coordinamento Maschere Italiane per il materiale fotografico gentilmente concesso.
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