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La storia del design italiano è strettamente legata al ‘900. Come per ogni Paese, la sua nascita è inevitabilmente legata allo sviluppo industriale che, nel nostro caso, risale all’Unità d’Italia, a causa della storia politica e sociale della Penisola.
Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, nascono le grandi aziende come Pirelli, Ansaldo, Fiat, Alfa Romeo, Olivetti e, con lo scoppio della Grande Guerra nel 1915, a dare impulso al design è l’industria bellica e, in generale, l’industria pesante. È allora che l’ingegno italiano nel disegno inizia un processo inarrestabile; alla fine del conflitto, esplodono le nuove produzioni di design italiano.
Uno dei casi esemplari è la moto Guzzi, nata dal lavoro di Carlo Guzzi che, arruolatosi nella Regia Marina come maresciallo motorista, negli anni della Prima guerra mondiale divenne amico dei piloti Giovanni Ravelli e Giorgio Parodi con cui si ripromise di creare un nuovo veicolo una volta che la pace fosse tornata.

Museo del Design Italiano foto Agnese Bedini – DSL Studio_© Triennale Milano
Se – come è tragicamente noto – l’industria bellica accelera lo sviluppo dell’industria pesante, è l’arte che ispira i disegnatori e incide culturalmente sulle produzioni di design, influenzando il gusto. Nella prima metà del ‘900 si affacciano sulla scena italiana e internazionale le grandi Avanguardie artistiche. Nel 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblica su Le Figaro il Manifesto Futurista, dando vita all’Avanguardia tutta italiana i cui esponenti visivi, pittori e architetti, elaborarono progetti di quello che poi venne definito design. Questo perché la visione del futurismo era totale, implicava una lettura della realtà a tutto tondo.
Un bell’esempio di Futurismo e design sono Casa Balla a Roma – di recente aperta al pubblico e promossa dalla Fondazione MAXXI in collaborazione con la Soprintendenza Speciale di Roma Archeologia Belle Arti e Paesaggio – e Casa Depero a Rovereto. Visitare queste due dimore museo offre l’opportunità di vedere come i pittori futuristi abbracciassero ogni forma di comunicazione visiva.
La casa romana fu totalmente decorata da Giacomo Balla e, in parte, – successivamente – dalle figlie. Si tratta di un’opera totale, in cui ogni elemento è frutto della sua arte: mobilio, utensili, abiti, carta da parati e accessori vari.
Nel caso di Fortunato Depero, la volontà che la casa diventasse museo fu proprio dell’artista che, nel 1959, concepì lo spazio come il primo museo futurista. Già dalla visita, è possibile notare le differenze con la casa di Balla, per via dell’allestimento delle opere d’arte e di design che risponde a un preciso criterio espositivo. Depero, vero anticipatore del design contemporaneo, in questa casa ha voluto conservare le opere d’arte visiva, ma anche complementi di arredo, manifesti, tessuti, abiti – come i suoi famosi panciotti -, arazzi ecc.
Forse non tutti sanno che molte delle pubblicità dell’epoca furono disegnate da questo grande “attore” del Futurismo; tra le varie, si ricordano quelle di prodotti ancora in vendita, come il liquore Strega (1928) o Vanity Fair di cui disegnò molte pagine. Sono di Depero anche i famosi manifesti che pubblicizzavano il Campari Soda, aperitivo analcolico di cui disegnò la bottiglietta monoporzione. Eh, sì, ancora oggi beviamo da una bottiglia del 1932!
Il design era innovativo, assolutamente riconoscibile per il colore rosso della bevanda che riluceva attraverso il vetro su cui, a rilievo, era riportato il nome del prodotto senza etichetta.
Alla fine dell’800, anche in Italia vengono aperti i grandi magazzini. Il primo e più importante centro fu La Rinascente – che deve il suo nome al poeta Gabriele D’Annunzio –, nato dal negozio di stoffe dei fratelli Bocconi a Milano, inizialmente denominato Alle Città d’Italia.
Negli stessi anni, anche i fratelli Mele aprirono i loro Grandi Magazzini a Napoli. Tutti erano spinti dal successo dei predecessori parigini.
Ebbene, la democratizzazione dei consumi offre l’opportunità di diffondere maggiormente l’ingegno creativo dei disegnatori italiani. Nel 1927, vengono messi in produzione i mobili di serie che l’architetto Giò Ponti aveva disegnato per Domus Nova, venduti presso La Rinascente. Questi si aggiungevano agli esclusivi pezzi unici già usciti dalla sua matita. Nello stesso decennio, Ponti era alla direzione artistica della manifattura Richard-Ginori da cui è partita la carriera brillante che lo vedrà dividersi tra architettura e quelle che all’epoca venivano definite arti applicate.

Coppa Alato, Gio Ponti Società Ceramica Richard-Ginori ,1927 , Museo Ginori, Sesto Fiorentino, h 19 x diam. 15,2 cm, Courtesy Museo Ginori
Tra gli anni Venti e Trenta, in Italia si sviluppa il Razionalismo che dà il suo meglio in architettura, iniziando a far parte così della storia del design italiano. La corrente razionalista da una parte viene influenzata dalle grandi Avanguardie europee, dall’altra subisce le esigenze di autorappresentazione del Fascismo, la combinazione offre produzioni fondamentali nella storia dell’architettura e dell’arte.
Grandi architetti, in collaborazione tra loro, oltre agli edifici disegnavano gli arredi degli stessi, producendo – quindi – bellissimi pezzi di design. Un esempio eccellente è la Casa Elettrica, costruita per la IV Esposizione triennale internazionale delle arti decorative ed industriali di Monza (1930) dagli architetti Figini e Pollini con la collaborazione di Libera e Frette per gli arredi. Nasce, in quegli anni, anche l’Esposizione Triennale di Milano per presentare al pubblico, insieme a quella di Monza, il meglio della produzione tra Architettura e Design.
I migliori committenti dell’epoca sono il Governo e gli imprenditori, tra cui Olivetti.
Negli anni Trenta nascono anche varie riviste come Casabella e Domus che, per decenni, diffonderanno – fino ai nostri giorni – il gusto per il design a vari livelli tra gli addetti ai lavori e, poi, anche tra la massa istruita.
Sono pure gli anni della prima diffusione (non proprio larga, ma sì ampia) delle nuove tecnologie e, così, il design si pone a servizio di queste; nascono il Radioricevitore Phonola di Luigi e Piergiacomo Castiglioni e la macchina da scrivere Olivetti Studio 42, una delle tante perle del design italiano che Olivetti ha prodotto, come la successiva Lettera22 (1950) finita in collezione al museo MoMa di New York, tra i pezzi di design più importanti della storia.
Gli anni Cinquanta sono stati fondamentali per la storia del design italiano, e anche il momento del passaggio al boom economico che ha consentito a molti italiani, grazie al lavoro, di acquisire beni per loro nuovi, simbolo di una società più democratica, come l’automobile. La prima vettura che inizia a diffondersi su larga scala è la Fiat 500, prodotta dal 1936 al 1955 e chiamata da tutti Topolino perché, addirittura, Walt Disney si ispirò a lei. Era, infatti, l’automobile del suo Mickey Mouse, in Italia tradotto appunto come Topolino.
Negli anni Cinquanta e, in particolare, nei Sessanta si afferma nel mondo il design italiano. È impossibile citare tutti gli autori delle varie opere che hanno fatto la storia del design e che hanno segnato la vita degli italiani. Tutti ricordiamo i piccoli e grandi oggetti di uso quotidiano a cui magari non prestavamo attenzione ma che, in effetti, erano significativi in quanto rivoluzionari.
Tra questi i bambini di allora ricordano i libri di Bruno Munari che cambiò definitivamente la comunicazione visiva. In ogni famiglia, per i decenni a seguire, si sono letti i suoi libri e molti bambini, nel 1952, scoprirono la scimmietta Zizì, solo uno dei numerosi giocattoli disegnati da questa personalità eclettica che si dedicò largamente anche alla realizzazione di libri di didattica.

Bruno Munari, Falkland, lampada a sospensione, Danese Milano, ph. Amendolagine Barracchia, © Triennale Milano
Munari è l’esempio preciso di come l’arte continuasse a influenzare l’attività di architetti e designer. Infatti, nel 1948, fu tra i fondatori del M.A.C. (Movimento Arte Concreta), esplorando l’arte cinetica e l’Arte Programmata. È inevitabile che tutto ciò influenzasse il disegno degli oggetti negli anni a seguire. Tra questi, è facile ricordare la lampada Falkland del 1964.
In quegli anni, irrompono sulla scena altre figure come Enzo Mari e i Superstudio.
Enzo Mari, che già lavorava da anni, inizia a diventare famoso per i suoi disegni grafici e spopolano le serigrafie UNO, LA MELA e DUE, LA PERA prodotte dall’azienda Danese Milano con cui istaura un lungo sodalizio. Con l’azienda già lavorava Munari.
Anche Mari spazia dalla comunicazione al disegno industriale e, in 60 anni di carriera, ha rivendicato la necessità di fondare il design su un pensiero, un’ideologia a sostegno del disegno stesso. La filosofia e l’arte sono alla base del suo lavoro, segnato da numerosi premi (5 volte ha vinto il Compasso d’Oro ADI) e da numerosi mostre nei più importanti musei internazionali, tra cui il MoMA di New York e il Moderna Museet di Stoccolma. Di certo, avrete visto – se non addirittura consultato – l’iconico calendario perenne FORMOSA da lui disegnato nel 1963 e prodotto da Danese. È ancora in commercio, così come la Chaise longue Dormeuse.
Mentre a Milano lavora Enzo Mari, nel 1966 a Firenze nasce il gruppo Superstudio, fondato da alcuni neolaureati in architettura afferenti alla corrente dell’Architettura radicale a cui appartenevano anche Gianni Pettena e Archizoom Associati, tra gli altri. L’apice del successo di Superstudio è del 1972, quando partecipano alla mostra Italy New Domestic Landscape del MoMa che consacrò ufficialmente il design italiano nel mondo.
Il collettivo fiorentino con poche opere – perlopiù collage pubblicati su Casabella – è riuscito a imporsi con una visione dirompente che, di fatto, al tempo ha ribaltato l’idea di architettura e design. Al museo MADRE di Napoli è conservato il loro Monumento continuo di Superstudio, un’ idea di architettura che si fonde con la natura in cui lo spazio fisico si può estendere all’infinito.
Gli anni Sessanta e Settanta sono anche quelli in cui emergono i nomi che a seguire saranno l’immagine del design internazionale e, dunque, della storia del design italiano: Ettore Sottsass e Gaetano Pesce.

Gaetano Pesce Tramonto a New York – 1980 Cassina Photo Amendolagine Barracchia © Triennale Milano
La generazione di architetti laureatisi negli anni Cinquanta, dopo tante produzioni note, trova la popolarità a tutti i livelli negli anni Ottanta, quando anche la classe media italiana compra almeno un pezzo di design importante per la propria casa, complice un certo benessere diffuso.
L’acquisto è consapevole, diverso – ad esempio – da quello del mangiadischi Penny arancione di Mario Bellini, un oggetto solo col tempo diventato icona che ogni ragazzino, dal 1966 in poi, ha avuto nella sua cameretta. Personalmente ricordo con chiarezza che, durante tutti gli anni Settanta, da lì ascoltavo i miei 45 giri!
Negli anni Ottanta la casa inizia ad essere elemento di rappresentanza e gli italiani sono mediamente sensibili al suo arredo. È allora che esplode Ettore Sottsass, tra i fondatori del Memphis Group, movimento di designer audaci che usano forme e colori vivaci e materiali insoliti. È il caso della libreria Carlton (1981) di Sottsass o del tavolo Fortune (1982) – in vetro e legno rivestito in laminato dai toni accesi – di Michele De Lucchi, tutt’ora in attività, sebbene con gli anni abbia cambiato il suo sguardo e ora sia particolarmente attento ai temi della sostenibilità ambientale.
Anche Gaetano Pesce – libero battitore del design – ha consacrato la sua fama in quel periodo. Famoso per le creazioni dalle forme organiche, ha realizzato anche istallazioni ambientali, caratterizzate – come pure gli oggetti – da colori accesi e da un forte spirito ludico.

Museo del Design Italiano foto Agnese Bedini – DSL Studio © Triennale Milano
Facciamo un salto velocissimo e arriviamo al nuovo millennio! Gli anni 2000 portano con sé una nuova consapevolezza ambientale, dettata dalla crescente crisi climatica e dal forte inquinamento. Ecco, quindi, che intellettuali e creativi iniziano a pensare – in tutto il mondo – a nuove modalità espressive. Come si può mantenere attenzione al gusto per l’oggetto – funzionale ma anche bello – nel rispetto dell’ambiente?
Una delle risposte più interessanti proviene dal collettivo italiano Formafantasma che riflette sull’industria del legno nel corso dei secoli, proponendo un’alternativa fondata sul recupero. Un esempio è la loro 1858 collection per la quale è stato utilizzato il legno degli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia che, nel 2018, ha distrutto la Val di Fiemme tra Trentino e Valle d’Aosta, causando grandi danni naturalistici ed economici ma, al tempo stesso, rivelatasi l’occasione per riflettere in termini ampi su questioni che investono anche il sistema produttivo, non solo quello creativo.
Insomma, il Made in Italy si esprime al meglio anche nel design. Che siano oggetti, abiti, gioielli, navi o automobili e aerei o accessori di moda, l’Italia lascia sempre il suo segno distintivo di qualità e bellezza. È una buona idea cercare di visitarla guardando i negozi giusti, girare cercando i laboratori in cui s’incontrano designer e artigiani.
Un suggerimento finale? Se passi per Milano, non puoi assolutamente perdere il Museo del Design Italiano al palazzo della Triennale!
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