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C’è un luogo, in Irpinia, dove la storia non si visita: si attraversa camminando. Basta seguire il corso del fiume Sabato, a soli tre chilometri da Avellino, per trovarsi ad Atripalda, cittadina che in poco più di otto chilometri quadrati custodisce duemila anni di stratificazioni: mura sannitiche, opus reticularis romano, cripte paleocristiane, palazzi nobiliari e […]
C’è un luogo, in Irpinia, dove la storia non si visita: si attraversa camminando. Basta seguire il corso del fiume Sabato, a soli tre chilometri da Avellino, per trovarsi ad Atripalda, cittadina che in poco più di otto chilometri quadrati custodisce duemila anni di stratificazioni: mura sannitiche, opus reticularis romano, cripte paleocristiane, palazzi nobiliari e riti popolari che si rinnovano ogni inverno intorno al fuoco.
Con i suoi circa 10.800 abitanti, Atripalda vive oggi nell’orbita di Avellino, ma le sue radici precedono il capoluogo stesso: qui sorgeva Abellinum, l’antica colonia romana da cui Avellino ha ereditato persino il nome.
Prima dei Romani, sulla collina della Civita, tra il fiume Sabato e il torrente Rigatore, vivevano gli Abellinates, popolazione sannitica del gruppo degli Hirpini. Il loro insediamento fortificato fu assoggettato a Roma dopo le guerre sannitiche e, soprattutto, dopo la guerra civile tra Mario e Silla: gli Irpini avevano sostenuto Mario, e la vittoria di Silla nell’82 a.C. segnò la rifondazione del sito come colonia romana, la Colonia Veneria Abellinatium.
L’impianto urbano, esteso per circa 25 ettari e racchiuso da una cinta muraria di due chilometri, raggiunse il massimo splendore in età augustea con la costruzione del foro, delle terme — di cui restano le tegole tubolari del calidarium, sormontate dalla “Torre degli Orefici” — e di un anfiteatro. Lungo le mura è ancora leggibile la doppia firma stilistica dei due popoli succedutisi: pietre sannitiche nello strato inferiore, opus reticularis romano in quello superiore. Tra III e VII secolo, crisi economiche, terremoti e invasioni spinsero la popolazione ad abbandonare la valle per le alture, avviando la trasformazione che avrebbe portato alla nascita della moderna Avellino e, per opera del principe longobardo Troppualdo, alla fondazione di Atripalda.
Per una ricostruzione completa del sito, Visit Atripalda dedica un approfondimento specifico ad Abellinum.
Se Abellinum racconta la storia civile della città, lo Specus Martyrum ne racconta quella spirituale. È una necropoli romana riconvertita, tra III e IV secolo, in cimitero paleocristiano: vi furono sepolti Sant’Ippolisto — primo martire di Abellinum, oggi compatrono della città — insieme ad altri diciannove martiri vittime della persecuzione di Diocleziano (304-312 d.C.). Secoli più tardi vi trovarono sepoltura anche il vescovo San Sabino e il diacono San Romolo, in un sarcofago pagano riutilizzato, ancora oggi conservato nella cripta.
Dopo l’editto di Costantino, lo Specus si aprì al culto pubblico e divenne il punto di partenza dell’evangelizzazione dell’intera Irpinia. Oggi la cripta è custodita sotto la Chiesa di Sant’Ippolisto Martire, nel centro storico, ed è considerata tra i monumenti più significativi dell’archeologia cristiana del Mezzogiorno.
Il racconto completo dello Specus Martyrum è su Visit Atripalda.
Il centro storico conserva altri edifici di rilievo: la Chiesa di Santa Maria del Carmine, con la statua della Vergine del 1739 e l’affresco dell’Incoronazione della Madonna del Carmelo, la Chiesa di San Nicola da Tolentino — sede anche di eventi culturali — e il Museo del Palazzo della Dogana dei Grani, in Piazza Umberto I, che raccoglie i reperti recuperati dopo il sisma del 1980. Alla devozione mariana è legata anche la festa di Maria SS. del Carmelo, il 16 luglio.
Ogni anno, l’8 e il 9 febbraio, Atripalda rinnova uno dei riti più identitari dell’Irpinia: i Focaroni di San Sabino, in onore dei santi patroni Sabino Vescovo e Romolo Diacono. La sera dell’8 febbraio viene acceso il focarone principale in Piazza Umberto I, benedetto dai parroci, mentre falò minori animano quartieri e piazze tra tammurriate, tarantella montemaranese, panini con salsiccia e vino. Il giorno seguente, dopo messa e processione, si compie il momento più sentito: la distribuzione della Santa Manna, rito in cui i sacerdoti tracciano sulla fronte dei fedeli un segno di croce con una piuma intinta in acqua benedetta.
L’iniziativa, organizzata dalla Pro Loco Atripaldese con il Comune e la Parrocchia di Sant’Ippolisto Martire, è stata di recente inserita nell’Inventario del Patrimonio Culturale Immateriale della Campania (IPIC): non una semplice sagra, ma un patrimonio collettivo trasmesso di generazione in generazione.
La storia dei Focaroni è raccontata per intero su Visit Atripalda.
Punto di passaggio tra Napoli, Salerno e l’Alta Irpinia lungo la Valle del Sabato, Atripalda è oggi un centro attivo dal punto di vista commerciale e artigianale, vocazione che resta scritta nella settecentesca Dogana dei Grani. Passeggiare tra area archeologica, chiese e palazzi nobiliari come Palazzo Caracciolo significa attraversare, in poco spazio, duemila anni di storia irpina.
Per approfondire storia, arte, tradizioni e itinerari geolocalizzati della città, il portale Visit Atripalda resta il punto di riferimento digitale più completo, comprensivo anche dell’e-book “Atripalda — Cuore Antico dell’Irpinia“.
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